20.11.08

ELUANA, FRA LEGGE E LIBERTA'


La decisione della Cassazione sul caso Eluana Englaro ha fatto molto discutere: da una parte ci sono coloro che ritengono l’interruzione dell’alimentazione artificiale un vero e proprio omicidio, ed evidenziano come la volontà della donna sia stata soltanto “ricostruita” e non semplicemente accertata, dall’altra coloro che invece si schierano dalla parte del padre e rivendicano la libertà di eutanasia.

Lo scontro è di quelli particolarmente accesi, come avviene sempre quando in gioco c’è la vita umana, ma su un punto più o meno tutti sono d’accordo, Chiesa compresa: questioni del genere debbono essere regolamentate dal Parlamento, e la politica deve muoversi in fretta per colmare un vuoto legislativo che non è più accettabile in una società che voglia dirsi civile.

Anche chi si picca di sostenere posizioni liberali, che in teoria, attenendosi al significato originario del termine, dovrebbero mirare sempre e comunque alla riduzione ed al controllo del potere politico, finisce così per fare il gioco dello Stato, che viene tirato per la giacchetta affinché regolamenti anche questo aspetto della nostra vita.

Accade così che dai matrimoni gay alla fecondazione assistita, passando per l’eutanasia, la Chiesa debba tacere e rintanarsi nei suoi anacronistici templi, mentre lo Stato tutto sa e tutto può, ammantato dalla sua presunta neutralità e dalla legittimità che gli avrebbero conferito i cittadini-elettori. Ma può una qualunque istituzione umana dirsi neutrale, quando per forza di cose è caratterizzata da culture, scelte e volontà ben precise? E può dirsi legittimo un potere, come quello politico, privo di qualsivoglia mandato e controllo? E ancora, è liberale una cultura, quella laico-statale, che – per usare le parole di Luca Serena - “continua ad immaginare una coatta coesistenza tra individui e comunità che, se fossero liberi, sceglierebbero di condurre esistenze indipendenti”?

L’idea libertaria è quella di uomini che vivano in ordinamenti scelti liberamente sulla base delle proprie convinzioni religiose, morali e culturali, senza nessuno che sia costretto a sopportare i costi, morali ed economici, di scelte altrui non condivise: è questa l’unica via perseguibile che sia rispettosa della libertà individuale, ben lontana da quella copertura "liberale" che in molti finiscono per fornire, prosegue Serena, “a quanto vi è di più criminale nella modernità politica e nelle sue molteplici manifestazioni”.

La strada battuta con maggior frequenza nel nostro come in altri paesi, è invece quella di una ipertrofia legislativa che tutto appiattisce e sottomette, incurante delle profonde diversità che, vivaddio, contraddistinguono gli esseri umani: il diritto è sempre più identificato con la legge, con quest’ultima che pare l’unico strumento in grado di mettere ordine là dove regnerebbero il caos e l’incertezza. Una simile identificazione fra legislazione e diritto costituisce però una minaccia grave alla libertà: come ci insegna l’eminente filosofo del diritto Bruno Leoni, nel suo splendido “La legge e la libertà”, le possibili fonti del diritto non si esauriscono con le aule parlamentari, ma spaziano dalle consuetudini alle sentenze dei tribunali, e l’idea che vede solo la legislazione come forza capace di risolvere i conflitti finisce col rivelarsi irrazionale. Può accadere paradossalmente, per usare proprio le parole di Leoni, che “la legislazione abbia un effetto negativo sulla stessa efficacia delle regole e sulla omogeneità dei sentimenti e delle convinzioni già prevalenti in una data società, inducendo la gente a non fidarsi delle convenzioni esistenti e a non rispettare i patti".

Le mutevoli volontà delle maggioranze di turno, che ogni cinque anni stravolgono le decisioni prese dalla maggioranza precedente, rischiano di rendere il diritto più incerto di quanto non lo fosse quando era assente la codifica scritta: altro che ordine, il vero caos è quello prodotto dal parlamento!!!

Come fece notare tempo fa Carlo Lottieri, sarebbe il caso di "restituire responsabilità ad una società civile esautorata da uno Stato onnipresente, che tende a farsi carico di compiti un tempo assunti direttamente dai nuclei familiari": certe faccende possono risolversi semplicemente affidandosi a contratti fra privati, che vedano ciascuno di noi, senza lo Stato-mamma costantemente alle calcagna, assumersi le proprie responsabilità…che spesso spaventano, certo, ma senza le quali non è possibile aspirare ad essere uomini veramente liberi.

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6.5.08

AL VIA IL CLAN LIBERTARIO TOSCANO



Il clan libertario toscano "Filippo Mazzei" (visita il blog) è finalmente realtà: siamo un gruppo di persone piccolo ma in continua espansione, impegnato per la difesa della libertà individuale contro ogni forma di coercizione e restrizione, propugnatore del libero mercato e fautore di rapporti pacifici tra i diversi popoli, volto a tener vivi i legami profondi fra le radici dell'autogoverno toscano, il pensiero liberale classico ed il libertarismo statunitense dei Padri Fondatori (che parlavano e scrivevano il toscano) e di Murray N. Rothbard.
Nemico numero uno: lo Stato, sempre più invasivo, sempre più opprimente, sempre più violento, in un rincorrersi interminabile di provvedimenti inutili, privilegi intollerabili e dirompenti conflitti sociali.

L'obiettivo principale, in questa prima fase, è quello di aprire un dialogo trasversale con tutte le forze civiche e politiche della società e della politica toscana che abbiano, nei loro programmi, ideali libertari, liberali, liberisti: "duri e puri", insomma, ma aperti al confronto ed alla collaborazione.

Dalle pagine di questo piccolo blog, ancora da completare introducendo nuove ulteriori sezioni, fatti e misfatti della politica e della vita toscana saranno messi, d'ora innanzi, sotto la lente d'ingrandimento: uno sguardo critico libero da qualsiasi ingerenza, attento ed intransigente, un nuovo modo di guardare alla nostra splendida terra con la speranza di far germogliare in essa, come le piantine che Filippo Mazzei portò con sé nel Nuovo Mondo, il seme della libertà.

Filippo Mazzei, è proprio a lui che abbiamo deciso di intitolare il nostro clan: il toscano avventuriero che ispirò la dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti partendo da Poggio a Caiano per giungere sino al cospetto di Thomas Jefferson, un personaggio troppo poco conosciuto che merita di essere riscoperto e preso ad esempio, un liberale vero, come ne servirebbero ad una Toscana sempre più afflitta da uno statalismo devastante.

La sfida è di quelle impegnative, ma non certo impossibile: assieme al Movimento Libertario di Leonardo Facco (www.movimentolibertario.it), cui siamo affiliati, ci proponiamo come punto di riferimento per tutti coloro che si sentono delusi e smarriti all'interno di un panorama politico costellato da partiti che assomigliano sempre più a vere e proprie "macchine del consenso", incapaci di proporre, di progettare, di ideare.
Spazio per lavorare insomma ce n'è molto: rimbocchiamoci le maniche e diamoci dentro!

Saluti libertari.

Leonardo Butini
Procuratore del Clan
e-mail: leonardo.butini@gmail.com

26.4.08

LE CONTRADDIZIONI DI GRILLO


Ieri sera ho ascoltato su Matrix un'ampia sintesi di quanto detto da Beppe Grillo a Torino, ieri, durante il secondo VaffaDay, tutto dedicato alla libertà di informazione. Come al solito, finchè ci si limita ad analizzare la "pars destruens" del discorso del comico, tutto fila più o meno liscio: basta con i milioni di euro ai giornali finanziati con le nostre tasse, basta con l'ormai anacronistico ordine dei giornalisti, basta con le leggine ad personam di Gasparri e soci. Bene, bravo, bis.
Ma quando si tratta di costruire qualcosa, di proporre qualcosa, ecco che emergono sempre forti numerose contraddizioni: in uno dei tanti passaggi ho sentito Grillo dire, ad esempio, che quel che vorrebbe altro non è che una tv pubblica finalmente libera dall'influenza dei partiti. Ma come, mi son detto, i giornali "statali" non possono essere liberi mentre la tv pubblica può essere allo stesso tempo finanziata dal canone e libera dai partiti? Pubblica e allo stesso tempo capace di non guardare in faccia nessuno? Già, ma lo Stato siamo noi, ha sentenziato Grillo dal palco...pare di capire insomma che lui stesso si senta un pregiudicato ladro.
Non parliamo poi del mezzo scelto da Beppe per portare innanzi la propria battaglia: prima sfotte Napolitano perchè il referendum sulla legge elettorale si svolgerà solo dopo le elezioni e non prima (lui dice, è come mettere il preservativo dopo aver trombato). Uno spreco di soldi insomma, ci stanno solo prendendo in giro, i referendum non servono a niente. Due minuti dopo, ecco la proposta rivoluzionaria: referendum! Al che mi son domandato se nel succo di frutta che stavo bevendo fosse disciolta qualche strana sostanza o fosse invece Grillo ad aver fatto confusione, annebbiato dal successo e da vecchie ideologie.
La seconda che ho detto, ho concluso, e me ne sono andato a dormire.

PARASSITA.NET



Tempo fa avevo ospitato su queste mie pagine la notizia che Daniele Capezzone aveva lanciato un nuovo network, Decidere.net, impostato sulla base di 13 punti sinceramente liberali. Era parsa a molti, me compreso, una boccata d'ossigeno in un mare di statalismo, sebbene le speranze siano sempre state poche. Ma ora anche il piccolo sogno svanisce: Capezzone sarà il nuovo portavoce di Berlusconi. Come dire, una voce "libera" all'interno di quel Pdl la cui deriva statalista sta assumendo, giorno dopo giorno, proporzioni sempre più drammatiche.
Parassita.net è il nuovo titolo ideale del network capezzoniano: da uno che in vita sua ha solo ed esclusivamente fatto il politico,è stato sciocco, in effetti, attendersi qualcosa in più.

16.4.08

ESSERE GOVERNATI...


"Essere governati vuol dire essere sorvegliati, ispezionati, spiati, diretti, sottoposti alla legge, numerati, regolati, arruolati, indottrinati, esortati, controllati, esaminati, giudicati, valutati, censurati, comandati da creature che non hanno nè il diritto, nè la saggezza nè la virtù per farlo.
Essere governati vuol dire, a ogni operazione o transazione, essere annotati, registrati, contati, tassati, marcati, misurati, fatti oggetto di accertamenti, muniti di permessi, autorizzati, ammoniti, impediti, proibiti,riformati, corretti, puniti.
Vuol dire, con il pretesto dell'utilità pubblica e in nome dell'interesse generale, essere sottoposti a contribuzione, a addestramento militare, spogliati, sfruttati, monopolizzati, essere vittime di estorsioni, spremuti, ingannati, derubati; poi, alla minima resistenza, alle prime parole di protesta, essere oppressi, multati, vilipesi, molestati, perseguiti, vessati, bastonati, disarmati, legati, soffocati, imprigionati, processati, condannati, fucilati, deportati, sacrificati, venduti, traditi; e a coronamento di tutto ciò, presi in giro, ridicolizzati, derisi, oltraggiati, disonorati.
Questo è il governo, questa la sua giustizia, questa la sua moralità".
P.J.Proudhon

4.4.08

IO NON VOTO CHE ME LA CAVO



Cravatta e completo per i signori, tailleur per le signore, tutti son già pronti per il grande evento: recarsi alle urne il 13 e 14 aprile, convinti di influire sulle sorti del nostro paese come si addice agli "uomini liberi".
Costume da bagno, telo da spiaggia e un buon libro sottomano, io son già pronto a recarmi invece al mare, sperando di influire sui miei cronici problemi respiratori come si addice ad un asmatico.

Già, stavolta non sarò della partita, per la prima volta da quando posso votare.
Il mio non è menefreghismo, tutt'altro. E' piuttosto desiderio di sottrarmi alla psicosi collettiva che puntualmente si manifesta in occasione di queste grandi cerimonie sacre che rendono grazie al dio Stato.

Mio nonno sarebbe inorridito dinanzi alla sola ipotesi che qualcuno potesse rinunciare ad eleggere i propri “rappresentanti”, dopo le dure lotte che aveva portato innanzi in prima persona per conquistare quel "diritto".
Ma di rappresentanti non vedo l'ombra, gli risponderei oggi. Un rappresentante può dirsi tale infatti solo in base ad un contratto di mandato, un negozio bilaterale con cui una parte, detta mandatario, si obbliga a compiere uno o più atti giuridici (di solito contratti) per conto dell’altra, detta mandante. Un mandato che riguardi il compimento di tutti gli atti giuridici che interessano il mandante si dice generale, ma un contratto di tal fatta attiene solo all’ordinaria amministrazione, a meno che il contrario non risulti dal contratto stesso. Quante volte i nostri politici si limitano all’ordinario, interpellandoci per i casi straordinari?
Con la procura - un secondo negozio, stavolta unilaterale - si può conferire al mandatario il potere di rappresentanza, grazie al quale lo stesso compie gli atti giuridici non solo nell’interesse, ma anche in nome del mandante. Insomma, un rappresentante è tale solo in virtù di due negozi giuridici, in base ai quali il mandatario è gravato da una serie di stringenti obblighi: deve operare con la diligenza del buon padre di famiglia (ce lo vedete il signor Guadagno, al secolo Luxuria, che opera da buon padre di famiglia?), seguendo le istruzioni ricevute ed allontanandosene solo quando circostanze ignote al mandante e non comunicabili in tempo facciano presumere che quest’ultimo avrebbe modificato le proprie istruzioni originarie. In caso di eccesso di potere da parte del mandatario (e di eccessi di potere i politici se ne intendono), il mandante può ratificarne gli atti oppure può decidere di non farlo, lasciando che i relativi effetti restino a carico del mandatario. Il contratto può infine essere revocato dal mandante in ogni momento, qualora sussista una giusta causa. Vedete niente di paragonabile in un sistema democratico?
Il mandato imperativo, non tutti lo sanno, è espressamente vietato dalla Costituzione: parlare di rappresentanza è pertanto frutto, lo ribadisco, di una vera e propria psicosi collettiva.

Nonostante questo, col voto finiamo comunque col dare, volenti o nolenti, una sorta di legittimazione ad una classe politica che di “riconoscimenti” ha bisogno più del pane: come scrive Carlo Lottieri, infatti, “poiché amministrano istituzioni che non godono di una vera adesione volontaria, gli uomini politici di ogni latitudine impongono regole a partire dalle quali c’è chiesto di scegliere a quale gruppo dobbiamo consegnare, per un dato numero di anni, il diritto di disporre dei nostri soldi e delle nostre libertà. Ma è necessario che il numero dei votanti sia alto perché si possa credibilmente spacciare la tesi che un simile sistema è apprezzato, gradito, scelto liberamente”. Ecco perché non votare è senz’altro, oggi come oggi, il gesto politicamente più “sovversivo”.
No, stavolta non ci sto: le elezioni assomigliano tanto all'ora d'aria concessa ai detenuti, e se ora d'aria dev'essere, che sia al mare!

Non so quanto astenersi dal voto possa rivelarsi, almeno nell’immediato, una strategia vincente: probabilmente al partito del non voto verranno dedicate poche, pochissime attenzioni, tanto più in una realtà come la nostra, in cui più dell’80% degli aventi diritto al voto si reca regolarmente alle urne. Ma non credo sia un caso se i paesi storicamente più liberali sono anche quelli in cui la partecipazione elettorale è minore. Lo scetticismo dell’elettore è indice di una “sana” scala di valori: non è lo Stato a prevalere sulla società, ma questa su quello, e l’identificazione dei due soggetti è del tutto arbitraria e fuorviante. Questo, in definitiva, sembra indicare chi preferisce una domenica con la moglie in riva al mare al seggio elettorale, e allora tanto vale provarci! Chissà, magari un giorno questo scetticismo, se fatto proprio da milioni e milioni di cittadini, costringerà i politici a contenere i loro istinti bestiali!

Il suffragio universale, lungi dall’essere un diritto di cui gloriarsi, rappresenta in conclusione una delle peggiori sciagure del nostro tempo. Scriveva il liberale Frédéric Bastiat: “…fino a quest’epoca la spoliazione legale era esercitata dal piccolo numero sul grande numero, come si vede presso i popoli dove il diritto di legiferare è concentrato in poche mani. Ma ecco che diventa universale, e si cerca l’equilibrio nella spoliazione universale. Invece di estirpare ciò che la società conteneva di ingiustizia, la si generalizza. Appena le classi diseredate hanno recuperato i loro diritti politici, il primo pensiero che le assale non è di liberarsi della spoliazione, ma di organizzare, contro le altre classi e a proprio detrimento, un sistema di rappresaglie, come se occorresse, prima che arrivi il regno della giustizia, che una crudele retribuzione venisse a colpirle tutte, le une a causa della loro iniquità, le altre a causa della loro ignoranza”.

La democrazia, il sistema attraverso il quale tutti cercano di vivere alle spalle di tutti gli altri: andate voi a votare, io voglio mantenere la mia coscienza pulita.

26.3.08

TASSE=FURTO



Le tasse sono un furto, lo dice la parola stessa: il significato di base del termine è infatti quello di esazione, letteralmente “tirare fuori con la forza”, estorcere, se volessimo trovare un sinonimo. Eppure oggi la maggioranza dei cittadini stenta a riconoscere questa forma relativamente moderna di schiavitù, che ci costringe a lavorare sino a giugno per lo Stato. Secoli di propaganda hanno anzi portato molti di noi a reputare la tassazione “una cosa bellissima”, giusta ed indispensabile per una società che voglia dirsi civile.
Proviamo ad analizzare insieme i principali argomenti utilizzati a sostegno di quest’ultima tesi.

Le tasse sono il corrispettivo dovuto per tutta una serie di servizi che lo Stato ci offre, e che spesso soltanto lo Stato è in grado di fornire, si dice, ed è grazie ad esse che le fasce più deboli della popolazione possono essere aiutate. Rispondere a tale argomentazione affermando che il grosso di quanto prelevato dalle nostre tasche finisce in realtà per essere utilizzato ad esclusivo vantaggio della casta al potere, e che tutti i servizi approntati dallo Stato (pochi, sporchi, brutti e cattivi) potrebbero tranquillamente essere forniti, ed in modo migliore, da privati in concorrenza fra di loro - cosicchè ognuno di noi potrebbe decidere liberamente chi pagare e per cosa farlo - sarebbe abbastanza semplice, specie di questi tempi; preferisco però focalizzare l’attenzione su un altro punto, concentrandomi sulla natura dell’atto in questione.

Come scrive Guglielmo Piombini “…supponiamo che qualcuno si presenti a casa tua e dica: «Ti offro questo servizio di protezione, e tu non puoi rifiutarlo; pertanto, che tu lo voglia o meno, mi devi pagare. Se non lo fai domani si presenteranno alcuni uomini al mio servizio, riconoscibili dalla divisa, a riscuotere il dovuto. Se continuerai a rifiutarti di pagare per i servigi che ti offro, ti preleveranno e ti chiuderanno in una cantina dalle finestre sbarrate, dalla quale non potrai uscire. Se insisterai ad opporti, i miei uomini sono autorizzati ad usare le maniere forti, fino ad arrivare, in casi estremi, ad ucciderti». Come giudicherebbe il senso comune un comportamento del genere? Non vi sono dubbi: si tratta di un caso eclatante di estorsione: un'azione che chiunque riuscirebbe al primo colpo a giudicare come ignobile e criminale. Eppure lo Stato, sfidando secoli di buon senso, è riuscito tanto bene nella sua opera di corruzione delle menti da far apparire questa azione, quando commessa dai propri membri, come del tutto legittima: non rapina ma legittima tassazione!”

Tassare insomma è intrinsecamente criminale, anche se quei soldi finissero davvero col finanziare servizi utili e con l’aiutare i più bisognosi, perché viola i nostri diritti di proprietà. Negarlo significa rigettare il concetto stesso di proprietà privata: un furto resta sempre un furto, qualsiasi utilizzo si faccia poi del bottino.
A chi appartengono le ricchezze tassate? Al ministro dell’economia, ai parlamentari, alla Guardia di Finanza o a chi le ha guadagnate col sudore della fronte? Una società fondata sul furto, è una società giusta? E’ morale derubare, anche se fosse per una giusta causa?
Non si può sostenere che chi evade il fisco sia un ladro: il furto implica per l’appunto la proprietà, e non è certo lo Stato il proprietario di quanto produciamo ogni giorno lavorando. Nemmeno utilizzare beni o servizi pubblici senza contemporaneamente pagare il pizzo al fisco configura un furto, dal momento che lo Stato non può dirsi proprietario legittimo di alcunché, essendosi impossessato di tutti i “suoi” beni con la forza, l’esproprio e la violenza. Altro che contratto sociale: qualcuno di voi ne ha mai visto e firmato uno? E soprattutto, può esistere un contratto di tal fatta, un contratto “universale”?

La democrazia è la scusa più ricorrente utilizzata dai sostenitori della tassazione per rispondere alla serie di interrogativi che ho appena posto. La maggioranza dei cittadini, si dice, ritiene la tassazione legittima, e tanto basta: chi non ci sta, che emigri! Ma un crimine resta sempre tale, anche se a metterlo in atto e a sostenerlo è una maggioranza. Anche il voto alle elezioni non giustifica nulla: molti di noi preferirebbero non avere un padrone, piuttosto che scegliersene uno con cadenza quinquennale. Non è con una X sulla scheda elettorale che diamo mandato agli uomini politici affinchè decidano delle nostre ricchezze: il mandato imperativo è anzi espressamente vietato dalla Costituzione, e parlare di rappresentanza ha un che di psicotico.

Se abbandoniamo la morale per guardare la questione in termini di utilità, i risultati non sono comunque più lusinghieri: un fisco rapace, che magari si accanisca contro i più ricchi, è incompatibile con una realtà sempre più “globale”, dove capitali e cervelli si muovono con estrema facilità punendo i sistemi più oppressivi, e finisce col colpire in modo maggiore proprio coloro che finge di voler aiutare: il caso Reagan mostra senza tema di smentita che è solo diminuendo energicamente ed in un breve lasso di tempo le tasse, anche e soprattutto alle fasce più agiate della popolazione, che il contributo di queste ultime alle casse dello Stato aumenta, nel mentre diminuisce quello dei meno abbienti.
Il premio nobel per l’economia Prescott ce lo ha spiegato recentemente: è solo con un fisco leggero che l’economia può crescere, i salari aumentare e la disoccupazione diminuire.
Dalle nostre parti invece la parola d’ordine è redistribuire, come se per redistribuire ricchezza non fosse prima necessario crearla per mano di imprese e lavoratori lasciati liberi di esprimere i propri talenti.

L’evasore fiscale appare insomma come un eroe dei nostri tempi, capace di indicare la via a chi l’ha smarrita sotto i colpi di un potere ingiusto e sempre più invadente: le tasse sono un furto, non pagare è legittima difesa!

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22.3.08

I VALORI DEI LIBERTARI


Francesco D'Agostino, su Tocquevile-Acton, traccia un solco fra liberali e libertari, accusando questi ultimi di incoerenza e di assoluta mancanza di valori. Quella che segue, è la mia breve risposta inviata al Centro studi e documentazione.

Leggendo l'articolo di Francesco D'Agostino su liberali e libertari non ho potuto fare a meno di inviarvi alcune mie modeste considerazioni sul tema.

D'Agostino sostiene che libertari e liberali concordino sul punto di partenza: "l'esercizio della libertà, se non si traduce in un danno oggettivo a carico di altri soggetti, va rigorosamente rispettato dallo Stato", scrive.
Non si capisce però come chi ritiene lo Stato intrinsecamente criminale e capace sempre e soltanto di violare la libertà individuale – i libertari per l'appunto - possa riconoscersi in un simile punto di vista, dal momento che è semplicemente impossibile che lo Stato - per sua stessa natura - possa rispettare quella libertà che calpesta quotidianamente e della cui continua limitazione si nutre avidamente: battersi per il dissolvimento dello Stato non sarebbe probabilmente l'obiettivo dei libertari, se questi ritenessero possibile il rispetto e la difesa dei diritti naturali da
parte di tale istituzione. Rispettare la libertà individuale è doveroso insomma, ma lo Stato non ha possibilità alcuna di farlo.

D'Agostino prosegue affermando che un libertario "dovrebbe sostenere la neutralità delle politiche statali nei confronti di qualunque stile di vita", ma non esistono politiche statali neutrali, dal momento che lo Stato non ha entrate sue proprie, ma vive di una gigantesca rapina legalizzata, comunemente denominata tassazione, e visto che per definizione ogni organizzazione umana è caratterizzata da culture, scelte e volontà ben precise.
Rispettare la libertà individuale e contemporaneamente sostenerepolitiche statali che coartano milioni di individui non è certo il massimo, per chi come D'Agostino sparla di coerenza.

La vetta più alta D'Agostino la raggiunge però etichettando i libertari come relativisti senza valori, per i quali "tutto va bene", restii come sono ad opporsi, fosse anche solo culturalmente, ai comportamenti più aberranti. In due righe espunge in sostanza Rothbard, la Rand, Block, Hoppe e tutta la tradizione "paleo" dal pur variegato mondo libertario.
Il padre dell'anarcocapitalismo M.N.Rothbard di tutto può essere "accusato", fuorchè di relativismo: il suo principio di non aggressione, cardine attorno al quale ruota tutta la sua filosofia, ricorda molto i "non uccidere" e "non rubare" delle Tavole della Legge, e porta all'individuazione di un fondamento oggettivo della natura umana, a delle verità cioè che vengono ritenute definitive, non certo relative. Walter Block è colui che chiude il suo "Difendere
l'Indifendibile" dichiarandosi apertamente un "conservatore culturale". Negli Usa, durante le ultime primarie, è poi Ron Paul che si scaglia contro l'aborto da una posizione che tutti definiscono libertaria, tranne evidentemente D'Agostino.

Insomma, l'articolo sembra ignorare o finge di ignorare la vera essenza del libertarismo. Triste, che attacchi cosi' scorretti provengano da quel mondo liberale con cui più che litigare sarebbe opportuno cooperare.

Cordiali saluti.
Leonardo Butini

19.3.08

SANITA' USA: INFERNO O PARADISO?




Agli occhi dell’europeo “medio” la sanità statunitense è un vero e proprio inferno. Documentari, film e articoli non fanno che trasmetterci dati ed immagini che proverebbero il dramma della sanità a stelle e strisce, ed in confronto al sistema sanitario Usa persino quello italiano, con le sue nomine che sovente prendono in considerazione meno il merito che le tessere di partito, la sua diffusa inefficienza ed i suoi enormi costi, sembra un paradiso. Anche a Cuba, come ci ha spiegato qualche tempo fa Michael Moore nel film “Sicko”, le cose andrebbero meglio: medicinali a prezzi stracciati ed accesso alle cure gratuito e garantito per tutti.

Cinquanta milioni di americani sono privi di assicurazione sanitaria, è questo il principale grido di allarme. Solo che questo dato, così rotondo nella sua eccezionalità, non ci dice che molti cittadini sono privi di assicurazione solo per pochi giorni, magari nell’attesa che la loro polizza venga semplicemente rinnovata oppure nel passaggio da un lavoro all’altro (negli Stati Uniti sono pochi, alla fine, coloro che acquistano una polizza sul libero mercato, la grande maggioranza degli americani ha un’assicurazione legata al posto di lavoro), e non ci dice che molti altri scelgono liberamente di non assicurarsi, perché giovani che raramente necessitano di cure o benestanti che preferiscono pagare solo ed esclusivamente in caso di effettivo bisogno. Certo, alcuni studi mostrano come in effetti la copertura sanitaria sia strettamente legata al reddito individuale, ma il dato in questione assume sicuramente un aspetto diverso se guardato con obbiettività, tanto più che anche negli Stati Uniti esistono due programmi governativi di assistenza medica (Medicaid e Medicare), che insieme garantiscono più di 107 milioni di americani fra indigenti ed anziani, e le prestazioni mediche di emergenza non possono, per legge, essere negate a nessuno, indipendentemente da reddito ed assicurazione: chi sostiene il contrario, confonde il dottor House con la realtà.

I medicinali negli Stati Uniti hanno prezzi vertiginosi ed il sistema costa troppo, è l’altra accusa ricorrente. Ma dietro a certi costi si cela quella che, piaccia o meno, è la sanità più tecnologicamente avanzata del mondo, con le cure più all’avanguardia, le liste di attesa più snelle ed i medici più preparati: essere i migliori è costoso, molto più di quanto non lo sia adagiarsi nella mediocrità. Il fatto invece che i prezzi dei farmaci non siano controllati dalle autorità, consente alle case farmaceutiche di conseguire quei profitti, puntualmente investiti poi in ricerca ed innovazione, che sono oramai una chimera sul mercato europeo. Scagliarsi contro il mercato ed il profitto è facile, quando c’è qualcuno che scopre nuovi farmaci e nuove cure al posto tuo. Noialtri, infatti, viviamo spesso di rendita: fermate la costosa locomotiva Usa, e gli europei si ritroveranno con un pugno di mosche in mano o poco più.

Neppure il sistema statunitense è perfetto, inutile negarlo, ma la scienza economica e i dati empirici indicano che anche in questo campo la via da seguire è “meno Stato, più mercato”: pubblico significa infatti code, sprechi e arretratezza, come ben evidenziato in un paper del professor Lemieux (Università del Quèbec) pubblicato in Italia dall’Istituto Bruno Leoni, think tank liberale molto attivo nel panorama politico nazionale.

Concludo rivolgendomi a chi, e sono certo saranno molti, si appellerà scandalizzato al “diritto alla salute”, innanzi al quale noi “liberisti selvaggi” dovremmo chinare la testa rispettosamente, smettendola di parlare del vil denaro: sappiate che in questo come in molti altri casi, non si può parlare di diritto senza scontrarsi con l’universalismo etico, generalmente accettato dalla teoria morale contemporanea, il quale implica che una teoria etica sia valida se applicabile a tutti gli individui,senza distinzioni di tempo e di spazio.

Come scrive Piero Vernaglione “i diritti alla vita, alla libertà e alla proprietà godono di tale caratteristica. Non così i diritti di welfare: ad esempio, alcune società sono troppo povere per attribuire a ciascun individuo le cure mediche gratuite, una casa o l'istruzione. Inoltre non esiste un'entità collettiva e indivisibile chiamata sanità, istruzione e così via. Vi sono solo beni o servizi specifici, come un' operazione chirurgica eseguita dal dott. Rossi, un posto nel liceo classico XY ecc.. Attribuire una o più unità di tali servizi ad alcune persone significa inevitabilmente negarle ad altre,essendo le risorse per definizione limitate. La predisposizione di questi servizi richiede la sottrazione di risorse ad alcuni individui, in genere attraverso il prelievo tributario, dunque è logicamente impossibile definire tali servizi diritti umani universali”.

Il padre del libertarismo Murray Newton Rothbard sosteneva che"il diritto alla salute, all'istruzione,a un lavoro, a tre pasti ecc., non è quindi insito nella natura dell'uomo, ma per la sua realizzazione necessita dell'esistenza di persone sfruttate, le quali sono costrette a fornire tale diritto". Insomma, sfruttamento e diritti non vanno molto d’accordo, lo sanno bene nel paradiso cubano, dove sono tutti sani e robusti, ma pronti ad imbarcarsi sul primo gommone per raggiungere… l’inferno americano.

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8.3.08

ACQUA: PRIVATO E' BELLO




E' con piacere che da lunedi inizio una piccola collaborazione con Meltin'pot, una rivista di studenti universitari romani che, nella persona di Andrea Pergola al quale va il mio ringraziamento, mi ha invitato a tenere una sorta di piccola rubrica su le ragioni del mercato. Si comincia con l'acqua e le privatizzazioni: buona lettura!


"L'acqua è un patrimonio dell'umanità": quando sentite parole del genere state in guardia, perché la libertà individuale è in pericolo.

Dinanzi a un bene tanto importante le più elementari leggi dell'economia finiscono inspiegabilmente con l'essere ignorate: domanda, offerta, prezzi, diventano termini impronunciabili, ed i diritti di proprietà, unica alternativa alla gestione statale, si fanno indefiniti, difficilmente trasferibili, scarsamente protetti.

Eppure l'acqua non è un "bene pubblico", neppure volendo accettare la discutibile definizione di Samuelson relativa a quei beni che si presumono caratterizzati da non rivalità nel consumo e non escludibilità, e vi sono numerose evidenze che mostrano come anche il consumo di risorse idriche risponda a variazioni di prezzo, così come qualsiasi altro bene esistente sul mercato: prezzi tenuti artificiosamente bassi dallo Stato, finiscono col dare agli agenti economici informazioni distorte, e provocano la scarsità del bene le cui dinamiche si vorrebbero invece tenere sotto controllo.
Il prezzo infatti non è una variabile indipendente, ma porta con sé delle informazioni: ci dice ad esempio quanto il bene in questione venga domandato ed offerto sul mercato, o se tale risorsa sia scarsa o abbondante, e consente agli agenti economici di allocare nella maniera più efficiente le risorse stesse attraverso il cosiddetto calcolo economico, che offre loro la possibilità di decidere cosa, quanto e come produrre in base alle proprie previsioni su costi e ricavi futuri.

In assenza di prezzi "ballerini", lasciati liberi di fluttuare senza Fiamme Gialle e "Mister Prezzi" alle calcagna, questo meraviglioso meccanismo grazie al quale milioni di persone si coordinano armoniosamente e spontaneamente fra di loro ogni giorno, finisce però col saltare: nel nostro caso in particolare, i consumatori non saranno incentivati ad utilizzare in maniera saggia ed accorta l'acqua, perché non avranno più le informazioni necessarie per farlo, ed ogni appello all'educazione civica ed al buon cuore sarà romantico, ma senz'altro inefficace.

Stato e burocrazia costituiscono insomma un binomio disastroso: non solo il controllo dei prezzi rende le crisi idriche sempre più frequenti, ma un sistema che non coinvolga i privati o li sottometta completamente ai voleri della casta al potere non è in grado neppure di raccogliere le risorse necessarie all'ammodernamento e alla manutenzione costante della rete idrica. Si calcola che occorrano all'uopo circa due miliardi di euro l'anno: un'enormità, per chi ha come scopo non il profitto, ma solamente la conservazione del potere ed il mantenimento di clientele.

Esempi di privatizzazioni riuscite (badate bene, non sto parlando delle privatizzazioni "all'italiana", con aziende municipalizzate solo formalmente private ma in realtà sempre saldamente in mani pubbliche) ve ne sono molti: dall’Inghilterra degli anni '90 ai paesi del cosiddetto Terzo Mondo, relativamente ai quali qualcuno comincia forse a capire che non è tramite aiuti ad una classe politica corrotta che si possono risolvere i problemi, ma solo attraverso la competizione in un mercato libero.

Certo, neanche i privati possono fare miracoli, e la perfezione non è di questo mondo: vi sarà sempre chi non potrà godere di un bene tanto vitale, cosi' come vi sarà sempre chi non avrà da cibarsi o da vestirsi. Ma se la sola "colpa" della libertà è quella di non rendere il mondo perfetto, andate avanti voi, che a me vien da ridere.