ELUANA, FRA LEGGE E LIBERTA'

La decisione della Cassazione sul caso Eluana Englaro ha fatto molto discutere: da una parte ci sono coloro che ritengono l’interruzione dell’alimentazione artificiale un vero e proprio omicidio, ed evidenziano come la volontà della donna sia stata soltanto “ricostruita” e non semplicemente accertata, dall’altra coloro che invece si schierano dalla parte del padre e rivendicano la libertà di eutanasia.
Lo scontro è di quelli particolarmente accesi, come avviene sempre quando in gioco c’è la vita umana, ma su un punto più o meno tutti sono d’accordo, Chiesa compresa: questioni del genere debbono essere regolamentate dal Parlamento, e la politica deve muoversi in fretta per colmare un vuoto legislativo che non è più accettabile in una società che voglia dirsi civile.
Anche chi si picca di sostenere posizioni liberali, che in teoria, attenendosi al significato originario del termine, dovrebbero mirare sempre e comunque alla riduzione ed al controllo del potere politico, finisce così per fare il gioco dello Stato, che viene tirato per la giacchetta affinché regolamenti anche questo aspetto della nostra vita.
Accade così che dai matrimoni gay alla fecondazione assistita, passando per l’eutanasia, la Chiesa debba tacere e rintanarsi nei suoi anacronistici templi, mentre lo Stato tutto sa e tutto può, ammantato dalla sua presunta neutralità e dalla legittimità che gli avrebbero conferito i cittadini-elettori. Ma può una qualunque istituzione umana dirsi neutrale, quando per forza di cose è caratterizzata da culture, scelte e volontà ben precise? E può dirsi legittimo un potere, come quello politico, privo di qualsivoglia mandato e controllo? E ancora, è liberale una cultura, quella laico-statale, che – per usare le parole di Luca Serena - “continua ad immaginare una coatta coesistenza tra individui e comunità che, se fossero liberi, sceglierebbero di condurre esistenze indipendenti”?
L’idea libertaria è quella di uomini che vivano in ordinamenti scelti liberamente sulla base delle proprie convinzioni religiose, morali e culturali, senza nessuno che sia costretto a sopportare i costi, morali ed economici, di scelte altrui non condivise: è questa l’unica via perseguibile che sia rispettosa della libertà individuale, ben lontana da quella copertura "liberale" che in molti finiscono per fornire, prosegue Serena, “a quanto vi è di più criminale nella modernità politica e nelle sue molteplici manifestazioni”.
La strada battuta con maggior frequenza nel nostro come in altri paesi, è invece quella di una ipertrofia legislativa che tutto appiattisce e sottomette, incurante delle profonde diversità che, vivaddio, contraddistinguono gli esseri umani: il diritto è sempre più identificato con la legge, con quest’ultima che pare l’unico strumento in grado di mettere ordine là dove regnerebbero il caos e l’incertezza. Una simile identificazione fra legislazione e diritto costituisce però una minaccia grave alla libertà: come ci insegna l’eminente filosofo del diritto Bruno Leoni, nel suo splendido “La legge e la libertà”, le possibili fonti del diritto non si esauriscono con le aule parlamentari, ma spaziano dalle consuetudini alle sentenze dei tribunali, e l’idea che vede solo la legislazione come forza capace di risolvere i conflitti finisce col rivelarsi irrazionale. Può accadere paradossalmente, per usare proprio le parole di Leoni, che “la legislazione abbia un effetto negativo sulla stessa efficacia delle regole e sulla omogeneità dei sentimenti e delle convinzioni già prevalenti in una data società, inducendo la gente a non fidarsi delle convenzioni esistenti e a non rispettare i patti".
Le mutevoli volontà delle maggioranze di turno, che ogni cinque anni stravolgono le decisioni prese dalla maggioranza precedente, rischiano di rendere il diritto più incerto di quanto non lo fosse quando era assente la codifica scritta: altro che ordine, il vero caos è quello prodotto dal parlamento!!!
Come fece notare tempo fa Carlo Lottieri, sarebbe il caso di "restituire responsabilità ad una società civile esautorata da uno Stato onnipresente, che tende a farsi carico di compiti un tempo assunti direttamente dai nuclei familiari": certe faccende possono risolversi semplicemente affidandosi a contratti fra privati, che vedano ciascuno di noi, senza lo Stato-mamma costantemente alle calcagna, assumersi le proprie responsabilità…che spesso spaventano, certo, ma senza le quali non è possibile aspirare ad essere uomini veramente liberi.
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